"Vangelo secondo Carlo", il primo romanzo di Cristiano Della Bella. Un velocissimo noir di blunottiana ispirazione. Tespi Editore.

giovedì 5 marzo 2009

Metti un Vangelo in vetrina


Alcuni signori librai hanno capito che un modo intelligente per aiutare la letteratura italiana consiste nell’adornare la propria vetrina con una manciata di copie del “Vangelo secondo Carlo” di Cristiano Della Bella, voce operaia prestata al thriller.

Perché il romanzo nero dalla copertina blu è bello da vedere, da toccare e, a volte, pure da leggere. Si tratta di un libro finto che parla di una storia vera oppure viceversa, un romanzo vero che tratta di una storia inventata.

Dipende dall’approccio.

Perché il romanzo nero dalla copertina blu presenta la costa nera con le scritte bianche che, infilata ad arte tra i volumi in libreria, conferisce all’arredamento quel non so che.

Di chic.

Perché il romanzo nero dalla copertina blu è stato scritto a Cuneo, edito e disegnato a Roma e stampato a Padova.

Unisce l’Italia.

Dunque, signori librai di tutto il Paese, non indugiate oltre. Senza il romanzo nero dalla copertina blu la vostra vetrina sembra davvero disperatamente vuota.

Di più.

Superflua.

venerdì 27 febbraio 2009

Giovedì 5 marzo alle 21

Giovedì 5 marzo alle ore 21 incontro con l’autore di “Vangelo secondo Carlo”. Biblioteca Civica “Anna Frank”, via Boves 18, Borgo San Dalmazzo.

Alle porte della città sul Cuneo.

venerdì 20 febbraio 2009

La febbre del sabato sera reprise


La febbre del sabato sera mi ha colpito il sabato pomeriggio mentre guardavo I 3 dell’operazione Drago in vhs. Sudori freddi che mi scivolavano giù, lungo la schiena, mentre il cervello mi andava a fuoco.

Erano anni che non mi ammalavo: nemmeno una linea di febbre. A questo pensavo, ricordando a quel certo me stesso che il giorno seguente c’era in programma la prima presentazione del mio primo romanzo. Era la persecuzione della solita fantozziana nuvoletta nel pieno rispetto dell’empiriche regole della legge di Murphy.

Sfiga, con la esse maiuscola.

Trascorsi il sabato sera davanti alla tivù chiedendomi se Ce la faranno i nostri eroi a ritrovare il loro amico misteriosamente scomparso in Africa? Certo che sì! Alla fine del film l’Albertone nazionale scovò un Manfredi stregone che profetizzava pioggia a catinelle senza cielo a pecorelle.

Le pecorelle sono quelle che contai a centinaia nella speranza di addormentarmi. Ma il sabato notte fu un’odissea in cui quel febbricitante me stesso naufragò tra le lenzuola, mosse dalla nausea e madide di sudore, e la biblica domanda mi si stampò a fuoco nel cervello: ce la farà il nostro eroe a non far saltare la prima presentazione del suo primo romanzo?

La febbre del sabato sera, cangiando nella febbre della domenica mattina, crebbe in un’ostica sindrome di tipo influenzale. Scesi dal letto badando a non sdrucciolare. Mi trascinai stancamente in cucina e cominciai a radunare pillole, fialette, alcolici e polverine magiche arraffate in farmacia. M’improvvisai alchimista, spezzando pastiglie di tachipiri, polverizzando dischetti di aspirina, aggiungendo due gocce di collutorio, radunando pizzichi di cortisone con due zampe di mosca cieca. Il tutto fu vorticosamente mescolato in tre dita di spirito e un rosso d’uovo rosso fuoco. L’intruglio frizzava fumava ribolliva. Lo ingurgitai come si fa con la tequila bum bum: alla vola.

Poi rimasi in attesa.

Trascorsero i secondi, i minuti, i quarti d’ora. Non accadde nulla. Ma poi la nausea scemò in una semplice inappetenza, la febbre scese di qualche linea, l’ostica sindrome di tipo influenzale parve declassata in una più accettabile sindrome di Stoccolma.

In Svezia.

Domenica 18 gennaio alle 18 ero sul palco del circolo Ratatoj a fianco di Massimiliano. Si sarebbe potuto dire che veni, vidi e, pure, vici. Lui cominciò a porgermi domande. Gli risposi. Mi fece un’intervista. Le luci erano collimate su di me per scaldare la fronte già calda, accecandomi. La gente ogni tanto applaudiva. Michela vendeva copie del romanzo che poi avrei dovuto autografare. Nano stava alla regia, per correggere il timbro baritonale della mia voce, salita dal profondo della tenebra come il sussurro dei demoni più fetenti.

Marco girava attorno per scattare fotografie.

Ma la mia immagine, febbricitante pure lei, rimase impietosamente fuori fuoco. Come dire, sfocata.

domenica 25 gennaio 2009

Max Casacci

Il seguente passo, tratto dal romanzo “Vangelo secondo Carlo”, riporta un piccolo omaggio dedicato a Casacci dei Subsonica.

“…Li si vede spesso in giro assieme. Carlo e Lisa passeggiano mano nella mano come due innamorati. Lui la porta al Museo Egizio, la fa salire sulla Mole, vanno alla basilica di Superga dove, nei giorni limpidi, si può abbracciare con un solo colpo d’occhio tutta la città. Una sera vengono visti da Giancarlo, locale trendy sui Murazzi del Po, in pieno centro. Siedono al tavolo con Massimiliano Casacci, chitarrista dei Subsonica, e due ragazze che erano con lui.

«Manco so come facesse di nome», minimizza Casacci. «Lo conoscevo appena, un tipo strano, non mi piaceva.»

Sembra una coppia normale, con dei distinguo. Lei continua a vivere in via Nizza, dove l’ha piazzata lui. Spesso litigano. Un giorno lei rimedia un occhio nero…”

Utilizzare un personaggio vero ed esistente, conosciuto da tutti, è stato un espediente per conferire alla vicenda un realismo più vivo. Credo che fare narrativa, inventare storie, dare gas alla fantasia, sia ancora più stimolante se questa finzione riesce ad interagire, seppure in modo fittizio, con la nostra realtà, la mia e la tua. Ancora di più in un romanzo che gioca a fare il verso all’inchiesta giornalistica.

Ho scelto Max Casacci perché rappresentativo della città in cui è ambientata la vicenda e anche per omaggiare la sua figura: mi sembrava giusto concedere a lui, che mi ha fatto ballare con la sua musica, l’onore di apparire in un romanzo. Di solito succede ai più grandi e, secondo me, lui se lo merita.

Occorre precisare che non conosco personalmente il chitarrista dei Subsonica e dunque il Casacci citato nel libro si riferisce alla celebrità che tutti conoscono e non al Casacci privato che, come è giusto che sia, deve restare tale.

mercoledì 21 gennaio 2009

"Lettera per Lucio Mattei" di Giorgia Tribuiani


Il racconto di Giorgia Tribuiani, tratto da “Cronache degli artisti e dei commedianti” (Tespi 2008), presenta una filosofia di fondo molto simile a quella del protagonista di “Vangelo secondo Carlo”. Un modo diverso di affrontare lo stesso tema.


Gli sembrava di esistere lui solo e che il mondo consistesse soltanto nella sua immaginazione, che nulla ci fosse al di fuori di lui, e di essere il dannato in eterno, Satana; tutto solo con le sue torturanti fantasie (Lenz, Georg Büchner)

Sedette alla scrivania e allungò una mano verso il pacco di fogli della Fabriano, dai bordi stropicciati per l’usura: tastò all’interno, mentre schiacciava l’indice dell’altra mano contro un interruttore sul muro, per accendere la luce, e “Che diavolo!”, esclamò, costatando che i fogli erano finiti e il pacco era vuoto. Lo prese, lo accartocciò, lo gettò nel cestino sotto la scrivania. Poi aprì un cassetto e ne estrasse dei fogli scribacchiati, documenti, mozziconi di poesie e aborti di lettere; li esaminò ad uno ad uno, lasciando sul tavolo quelli che – essendo quasi del tutto intatti – passavano la selezione. Alla fine rimise il mazzo scomposto nel cassetto e strappò le parti scritte di tutti quei fogli: ne erano sei in tutto, di diversa grandezza poiché diverse furono le mutilazioni. Ma doveva scrivere la lettera. Doveva. Assaggiò l’unghia del pollice destro con un piccolo morso timido. Poi la guardò, le tese un agguato, la serrò tra gli incisivi e dopo averla storta ben bene la staccò: qualche istante dopo i resti emersero tra le sue labbra. Li prese tra indice e pollice, li osservò e li buttò nel cestino con noncuranza. E passò all’indice, mentre con l’altra mano cercava una matita nel portapenne: la trovò, la aguzzò, spezzò la punta, imprecò, la aguzzò di nuovo, più lentamente, in modo da non spezzarla di nuovo, vide la mina rotolare una seconda volta sulla scrivania e dopo un’altra serie di imprecazioni buttò la matita per terra e scelse un pastello blu già temperato. Prese quindi uno dei fogli e cominciò a scrivere.

Caro Lucio,

ti scrivo perché sei l’unica persona di cui io riesca ancora a sentire l’esistenza. Sempre più spesso, infatti, sento che tutti gli altri intorno a me non esistano. Sento che tutto ciò che ho intorno sia una mia creazione e che solo io viva in un mondo creato da me. Mi sento una specie di dio, ma questa cosa non mi fa piacere: mi sta facendo impazzire. Ogni volta che parlo con qualcuno, sento che quel qualcuno non esiste e allora non ha più valore nessun discorso con nessuno. Riesco a parlare solo con me stesso.

Lucio, non prendermi per pazzo, non sto filosofando. Non sto parlando di inganno dei sensi o roba di questo tipo, ma ho la netta sensazione che gli altri esistano solo quando ci sono io. Se mi trovo in sala da pranzo a parlare con i miei e poi vado in biblioteca a studiare, i miei allora non esistono più.

Quando ero piccolo e andavo alle medie, chiedevo ai miei genitori di comprarmi delle gomme da masticare o dei libri, perché credevo che quei regali fossero la sicurezza che loro avevano una vita anche lontano da me, anche mentre non li vedevo. Poi però capii che anche libri e gomme da masticare esistevano solo quando c’ero io, e che quando i miei genitori apparivano, nelle loro mani si materializzavano anche i miei regali. Così non ebbi più alcuna prova della loro esistenza e trascorsi tutto il mio tempo in un paese inesistente di un universo inesistente.

Ora non ce la faccio più. Mi sento sempre più spesso l’unica persona viva in questo mondo finto creato da me e non ho più la forza di vivere nell’illusione. Così scrivo a te, Lucio, perché anche se spesso dubito anche della tua esistenza, tu sei l’unico che mi abbia mai capito, l’unico che abbia mai provato questa mia stessa sensazione e io ho bisogno di una persona reale a cui scrivere e non di creazioni. Mi ero creato un mondo di storie inventate, scrivendo storie e racconti, per non pensare a questa vita fittizia, per cacciarmi in qualcosa che so essere finto fin dall’inizio. Non è giusto far vivere un uomo per fargli scoprire, all’età di tredici anni, che intorno ha solo sue creazioni. Anche le mie storie sono finte, ma è una finzione leale: so dall’inizio che non esistono, non cercano di ingannarmi con la loro esistenza.

Ma adesso neanche questo mi basta più. Ho bisogno di qualcuno che mi ascolti davvero e che viva davvero e quindi scrivo a te, Lucio, con la consapevolezza che tu mi risponderai sempre, perché anche tu senti di non avere nessuno di reale con cui parlare. Forse insieme supereremo tutta questa angoscia che ci opprime davanti al nulla.

Si prese la testa tra le mani e rilesse le ultime righe. Aveva scritto che cominciava a dubitare anche dell’esistenza del destinatario della sua lettera: automaticamente la mano destra andò alla gomma. Doveva cancellarlo? No, si disse. Lasciò la gomma. Non c’era bisogno di cancellarlo. Il suo interlocutore avrebbe capito di certo. Però la cosa lo angosciò. Prese la gomma, cancellò la frase e pensò a cosa inserire in quel buco, tra le due parti della lettera divise dallo spazio bianco. Non gli venne in mente niente e cominciò a riscrivere la frase, ma la mano gli tremava e il pastello si spuntò. “Pastello deficiente!”, gridò allora alla matita colorata e alla stanza vuota. “Deficiente, deficiente, pastello deficiente!” E lo gettò contro lo specchio che sovrastava il letto. Poi riscrisse la frase con un pastello rosso. E quando ebbe finito cercò il pastello blu sul pavimento. Non lo trovò. Pensò che se non poteva vedere il pastello blu, allora il pastello blu non esisteva. Volle ritrovarlo, ma non si alzò, perché prima che potesse farlo gli venne in mente un altro pensiero: non vedeva nemmeno le sue gambe, che erano sotto la scrivania. Allora le cacciò fuori, ruotando sulla sedia girevole. E gli venne in mente che non vedeva nemmeno il suo naso, la sua bocca, i suoi occhi e che non potevano esistere se non li vedeva. Allora corse davanti allo specchio e si guardò a lungo negli occhi e si scrutò tutto, ma non poteva vedere la sua intera figura, perché la lastra era troppo piccola. Allora lo prese il panico e si avventò sulla scrivania: prese un altro foglio e lo riempì con due parole ripetute all’infinito:

Io esisto, io esisto, io esisto, io esisto, io esisto, io esisto, io esisto, io esisto, io esisto, io esisto, io esisto, io esisto, io esisto, io esisto, io esisto, io esisto, io esisto, io esisto, io esisto, io esisto, io esisto, io esisto, io esisto, io esisto, io esisto, io esisto, io esisto, io esisto, io esisto, io esisto, io esisto, io esisto, io esisto, io esisto, io esisto, io esisto...

Continuò per una pagina e mezza. Poi si fermò, col fiatone. Osservò la pagina e quella lo terrorizzò: la prese, la accartocciò, la buttò nel secchio. Poi la riprese, la fece in mille pezzi e la buttò di nuovo. Riprese la matita rossa tra le mani e si sentì inquieto: prese il secchio, lo portò fuori dalla stanza, rientrò e si chiuse a chiave. Finalmente ricominciò a scrivere.

Lucio, ma tu sei proprio sicuro di esistere? Come ti ho scritto, a volte finisco per dubitare anche della tua esistenza e allora ti guardo, ti guardo a lungo per cercare di capire fino a che punto sei reale...

A volte, per sentire la mia esistenza, faccio in modo che la mia ragazza – che è la persona/illusione alla quale tengo di più al mondo – si arrabbi con me. Lo faccio perché quando sto male dimentico questi pensieri, non posso pensare di non esistere, mentre soffro.

Ma poi torna tutto come prima e capisco di essermi illuso. Forse che dopo la morte ci sia la vera esistenza? Non so. So solo che quando penso di non esistere nemmeno io, non trovo pace neppure nello scriverti. Ho paura, Lucio. Ho terrore, mia più grande illusione...

Posò il pastello rosso e strinse nella morsa degli incisivi l’unghia del mignolo della mano sinistra. La tritò. Le fece fare capolino tra le labbra, se la sputò sul palmo, la gettò sotto la scrivania con l’idea di buttarla nel cestino, ma il cestino non c’era e quella cadde per terra. Sotto la scrivania. Sotto la scrivania, dove tutto smetteva di esistere. Non vedeva più l’unghia, così l’unghia non esisteva. Allora si chinò, la raccolse e se la rimise sul palmo. Si alzò di nuovo. Poi abbassò lo sguardo e si accorse che la scrivania nascondeva per metà anche una delle sue pantofole: schiacciò la parte visibile di pantofola con la punta del piede e la tirò via. E ripensò di nuovo che non vedeva i suoi occhi e il suo naso e la sua bocca e allora buttò l’unghia per terra e corse di nuovo allo specchio e si guardò a lungo, si scrutò e prese una sedia e vi salì sopra per vedersi tutto, ma non ci riuscì e allora di nuovo lo presero l’angoscia e il vuoto, perché tutto ciò che aveva intorno era sua creazione, solo sua creazione e nient’altro, viveva nel nulla, nella sua più grande angoscia! Scese dalla sedia, corse alla scrivania, prese la lettera tra le mani e se la strinse al petto: voleva dormire, per non pensare più a tutte quelle cose, ma prima avrebbe imbustato la lettera e l’avrebbe spedita. Aprì dunque il cassetto e cercò le buste, ma le mani gli tremavano troppo e non riusciva a separare i fogli gli uni dagli altri, così si fece prendere dal panico ed estrasse il cassetto e rovesciò tutte le carte e le lettere e le buste e i documenti per terra e quelli scesero giù con un fruscio e si confusero e lui si gettò a terra e lasciò il cassetto vuoto sul parquet e si mise a frugare tra le carte alla ricerca di una busta e la trovò. Si chinò di nuovo, per raccogliere le lettere, ma gli venne in mente che se le avesse raccolte e messe nel cassetto, nell’istante in cui avrebbe chiuso il cassetto quelle avrebbero cessato di esistere, e il pensiero della loro inesistenza lo avrebbe riportato al pensiero dell’inesistenza della sua faccia – che già si preparava a tendergli l’agguato, oh, era già così vicino! - e allora lasciò perdere e lasciò tutte le carte per terra: vergò il suo nome sulla busta e quello del destinatario, Lucio Mattei, così si alzò dalla scrivania e uscì dalla stanza.

Aprì la porta e incontrò il cestino, che era lì sull’uscio ad aspettarlo: quell’apparizione lo innervosì; tirò un calcio al malcapitato e ne rovesciò il contenuto sul pavimento, ma non se ne curò. Proseguì deciso verso la porta di casa e pensò ai poveri pastelli che ora avevano cessato di esistere e alla povera scrivania e alle carte rovesciate per terra, ma scacciò quel pensiero ed uscì in strada, dove diede vita ad una viuzza interna tempestata di scure gomme da masticare fossilizzate, alla tabaccheria davanti al portone, ad una coppietta con una carrozzella e ai pettegolezzi di due quindicenni tra un cestino dell’immondizia e i tavolini di un bar: vide tutte quelle cose e pensò che se esistevano era grazie a lui che le immaginava e guardò la busta che aveva in mano e pensò al destinatario della lettera. Camminò in fretta, accelerò il passo, perché dalla busta piena di frutta di una vecchia vide cadere una pera, la vide rotolare sulla strada e poi dietro una casa, e mentre con lo sguardo seguiva la vecchia che cercava di riprendersi la sua pera senza far cadere tutto il resto della frutta pensò che la pera non esisteva più e allora di nuovo sentì il panico e guardò le quindicenni ed erano una sua creazione e le case erano una sua creazione e la lettera che stringeva al petto era... no! La lettera non doveva essere una sua creazione! La lettera esiste!, urlò a se stesso senza crederci neanche un istante, e accelerò il passo prima di potersi contraddire e svoltò in un vicolo e finalmente vide la grande cassetta rossa per imbucare la posta e sentì un tuffo al cuore e accelerò e i pantaloni gli calarono sui fianchi e accelerò e si mise la lettera in bocca per tirarli su e accelerando afferrò la cintura e la alzò oltre la vita e i pantaloni furono di nuovo su e accelerò e guardò l’orologio perché era tardi e lui voleva arrivare alla cassetta rossa della posta prima del postino perché la busta doveva essere portata alle poste il giorno stesso e allora accelerò e quasi si mise a correre e anzi si mise proprio a correre, sì, corse fino alla cassetta delle lettere con il sudore freddo che gli scivolava sulle tempie e una vecchia creata da lui e due bambini creati da lui e un uomo col cane al guinzaglio creati da lui si girarono a guardarlo e lui raggiunse la cassetta della posta e ci ficcò dentro la lettera, con il cuore che gli batteva fortissimo la infilò dentro e sentì che stava per scoppiare, la infilò e tirò un sospiro di sollievo e sentì che quasi avrebbe potuto svenire, ma la lettera era dentro, prima che arrivasse il postino era dentro, quel giorno sarebbe arrivata alle poste perché era lì dentro, era dentro, era dentro.

Rimase a fissare la cassetta delle lettere per qualche istante. Poi, quando la vecchia, i due bambini e l’uomo col cane se ne furono andati, Lucio Mattei smise di guardare la cassetta rossa delle lettere e si incamminò verso casa.

venerdì 16 gennaio 2009

Dalla S alla C


Il romanzo si apre con il ritrovamento del cadavere del protagonista chiuso all’interno della propria auto. La macchina, in origine, era una Mercedes SLK. Sarebbe la vettura utilizzata come safety car nei gran premi di F1.

Ma non andava bene.

Non andava bene perché l’autore si è accorto, proprio nei giorni di correzione delle bozze, che la SLK ha solo i due posti davanti. Un piccolo particolare che, durante la documentazione precedente, era stato trascurato.

Nel romanzo l’abitacolo della vettura, cioè la scena del ritrovamento, viene descritto in modo molto dettagliato. Nella narrazione si parla di cosa viene repertato sui sedili posteriori. Ma, s’è detto, la SLK non ha un sedile posteriore. Certo, una soluzione sarebbe stata modificare radicalmente questa descrizione. Ma, nel finale del libro, c’è l’intera scena del delitto. Mantenere la SLK significava rimettere in discussione parecchie cose che, nei meccanismi narrativi, funzionavano bene.

Non solo.

Al momento di prendere la decisione Marco Corona aveva già realizzato l’illustrazione della copertina che ritrae la parte posteriore della SLK e che, sebbene stilizzata, è però riconoscibile.

Lasciare le cose come stavano non era possibile perché, per il gioco stesso del romanzo che pretende un rigoroso realismo, i particolari diventano molto importanti.

L’autore è tornato dunque a navigare in internet, scartabellando tra siti e forum dedicati, alla ricerca di un modello simile, in modo da non pregiudicare del tutto l’immagine in copertina, ma che fosse disponibile nella versione a quattro posti. La scelta è caduta sulla Mercedes CLK che, anche se leggermente diversa, ha una linea che ricalca la SLK.

Diciamo che se i meccanismi narrativi del romanzo sono i cavoli e la copertina blu di Corona è una capra, il passaggio dalla S di SLK alla C di CLK ha permesso di salvare più o meno entrambi.

lunedì 12 gennaio 2009

18esimo post: il 18 alle 18


Domenica 18 alle ore 18 al circolo Ratatoj di Saluzzo ci sarà la presentazione del romanzo “Vangelo secondo Carlo”.